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Metamorfosi

Era una notte insonne quella che trascorreva, lenta e regolare, tra le mura della sua abitazione. Il silenzio assordante che da sempre caratterizzava le ore più cupe della giornata, ora si diffondeva potente, come un insopportabile riverbero, in tutta la claustrofobica casa. Lei fissava dalla grande finestra del suo salotto, senza emozione, il sottile strato di ghiaccio formarsi sui tetti delle case circostanti e, contemporaneamente, nel suo cuore. Erano stati giorni decisamente freddi quelli appena trascorsi, tuttavia non così tanto se comparati con il suo gelo interiore. Il suo corpo, mai le era apparso più sterile e alieno. La sua mente brulicava di immagini e di storie mai nate, di libri e di vita passata.


I due ragazzi, ancora piuttosto giovani, frequentavano entrambi l’università. Eppure il loro rapporto sembrava già consumato da una tediosa monotonia, simile a quella di una vecchia coppia di persone molto più avanti negli anni. Vivevano insieme già da qualche anno in un grazioso trilocale nei pressi del Campus. Era una tipica casa per studenti, lievemente decadente, ma allo stesso tempo calda ed accogliente. Il pavimento in lucido granito grigio, rifletteva la sagoma di tutti i mobili a basso costo che i due, ancora innamorati, si erano tanto divertiti a scegliere e montare. Ora che quell’ebbrezza d’amore era svanita, questi gli apparivano decisamente più squallidi. Non avevano molto in comune, se non gli studi che con tanta fatica avevano quasi portato al termine. Infatti, provenivano da mondi piuttosto diversi e nutrivano passioni altrettanto complementari. Di famiglia medio-borghese lui, cresciuto nei migliori circoli sportivi e istruito al solo scopo di dirigere da grande la ricca attività di famiglia, di origini molto più umili lei, ma con un’ambizione e una determinazione semplicemente rare. Per un attimo le era persino piaciuto far parte del suo mondo, un mondo che da bambina aveva sempre immaginato, a tratti forse anche sognato. In quegli anni di vita condivisa aveva avuto l’opportunità di conoscere persone piuttosto importanti, di partecipare agli eventi più esclusivi del Paese, di viaggiare in tutta Europa, sempre al suo fianco, e di sentirsi finalmente al sicuro. Poi le gioie dei primi tempi, la frenesia dei primi incontri scatenati, i viaggi improvvisati, le notti spese in spiaggia, le cene a lume di candela, lentamente lasciarono il posto alla routine. Di tutto questo amore non rimaneva altro che una labile traccia di fumo, fotografie e cenere.

Erano stati mesi di duro lavoro per entrambi, dal momento che erano prossimi alla laurea. Questo da una parte dava loro modo di distrarsi dai comuni problemi di cuore e dall’altra gli offriva un’ottima scusa per frequentarsi il meno possibile. Lui aveva scelto di seguire un tirocinio in azienda, questo lo avrebbe aiutato ad inserirsi poco più avanti nel mondo del lavoro. Lei, invece, aveva scelto di svolgere un lavoro di ricerca. O forse fu lei ad essere stata scelta, giacché quella posizione le era stata offerta dal professore dell’unico corso del primo semestre che aveva frequentato. Era un giovedì mattina e, poco dopo aver sostenuto brillantemente l’esame di cui il docente era titolare, egli stesso la invitò ad accomodarsi e ad attenderlo nel suo ufficio, mentre lui congedava gi ultimi studenti, affinché potessero avere un breve colloquio in cui le avrebbe illustrato il progetto. È così che quel giorno egli divenne a tutti gli effetti il suo supervisore.

Mentre era seduta in trepidante attesa sulla morbida poltrona in velluto verde del suo studio, non aveva potuto fare a meno di notare l’atmosfera surreale che lì dentro si respirava. Sulla sua scrivania in legno scuro apparivano, ben organizzati, alcuni libri rilegati in pelle, degli occhiali, una pipa, dozzine di tesi di laurea da lui correlate, e una grande agenda nera. Su tutte le pareti intorno a lei erano appese fotografie raffiguranti dettagli di ponti, immensi edifici e ferrovie, sulla superficie verticale del suo armadio erano invece incollati ritagli di giornale, citazioni famose e il ritratto in bianco e nero di una donna, forse un attrice, di altri tempi. Era decisamente uno spazio animato da contrastanti e forti pulsioni. C’era un velo di mistero che avvolgeva quelle mura, una energia che metteva in tensione la sua anima. Provava uno strano e innocente imbarazzo ad attenderlo lì tutta sola. Cosa avrebbe fatto se qualcuno, forse un suo collega, avesse fatto irruzione nella stanza per cercarlo? Come avrebbe giustificato la sua presenza? Se avesse fornito la vera ragione, le avrebbero creduto? Erano tutte domande che confusamente e senza alcuna logica le stavano piombando in mente. Aveva persino avuto l’istinto di alzarsi e di venir fuori da lì in tutta fretta per attenderlo nella vicina sala studenti. Un luogo in cui si sarebbe certamente sentita più a suo agio. Mentre in preda al panico e con le guance un po' arrossate elaborava minuziosa una strategia di fuga, il professore aprì la porta e senza neanche saperlo la liberò da quello stato di delirio interiore, mentre con passo sicuro si diresse verso la sua seduta. La conversazione che da lì seguì, fu niente più che una normalissima interazione tra studente e docente, lui le introdusse lo scopo e le modalità della ricerca e lei, attenta, lo ascoltava ammirata, con il volto di una persona concentrata e con lo sguardo di una persona già appassionata. Accettò il lavoro senza pensarci due volte e mentre il colloquio era ormai diretto verso la fine Lui aggiunse, con un sorriso appena accennato, che l’aveva già notata durante il corso, che aveva trovato alcune sue osservazioni in aula particolarmente sensate e interessanti. Si guardarono ancora per un istante. Poi si congedarono.

Quel giorno, giunta finalmente a casa, provò una strana sensazione di eccitazione e di agitazione interiore. Si spogliò di tutti i suoi vestiti, della pesante giornata appena conclusa e sciogliendo i suoi lunghi capelli neri, che come minuscoli serpenti striscianti si allungavano sul suo piccolo seno e le venivano giù per tutta la schiena, si immerse con delicatezza in uno schiumoso bagno caldo esalante le più dolci e sensuali note orientali di Sandalo e Patchouli. Candele bianche illuminavano fioche gli angoli del lungo bagno, altrimenti completamente buio. Una radio, poggiata sul traballante sgabello accanto al lavabo, suonava una vecchia canzone anni ‘60. La sua pelle umida rifletteva ora il luccichio di tutte le migliaia di bollicine che come un sottile velo la ricoprivano mentre sembrava volessero ribollire all’idea di galleggiare sopra le sue nudità. Con la mano seguiva distratta la linea del suo corpo, quasi a voler delineare il confine tra lei e il modo esteriore. Poi ad un tratto la lasciò sprofondare nello spazio che si apriva tra le sue gambe, abbandonandola alla forza del peso crescente della sovrastante colonna d’acqua. Quella sera si arrese ai propri impulsi e, dopo molto tempo, placò da sé i suoi tormenti interiori.

Incontrava il suo supervisore ogni mattina nel suo ufficio, prima di dirigersi in laboratorio. All’inizio solo per necessità, dal momento che proprio da lui doveva ancora imparare tutto. Lui le offriva istruzioni dettagliate e dimostrazioni sull’utilizzo di ciascuno strumento che poi da sola avrebbe dovuto utilizzare. Era un uomo attento, preciso, metodico, paziente. Soprattutto paziente. Lei lo osservava sempre, ne studiava ogni minimo movimento, scriveva tutto, aveva il costante terrore di fallire alla prima esercitazione in solitaria e allo stesso tempo era determinata a dimostrargli presto di essere all’altezza delle aspettative. Era una ragazza devota, appassionata, impaziente. Soprattutto impaziente.

A casa le cose per un po' erano persino cambiate. Forse per l’entusiasmo che attraversava le loro mutevoli vite, quel brio che naturalmente accompagna l’inizio di ogni una nuova avventura, o forse perché grazie ai nuovi lavori quasi non si incontravano, l’atmosfera casalinga era diventata decisamente più frizzante, vivace, c’era di nuovo vita in quell’universo. Ora i due si vedevano, di nuovo, si parlavano. Il momento di condivisione per loro era la cena, l’unico pasto della giornata che preparavano insieme. Attorno alla tavola imbandita, si raccoglievano e raccontavano le proprie giornate, le nuove esperienze, gli incontri, le scoperte, i fallimenti. Avevano davvero molto da raccontarsi. Lo facevano con gioia. Si sentivano di nuovo felici.


Nel frattempo il sottile strato di ghiaccio che ricopriva quella notte la sua anima, piano, iniziava a sciogliersi.


Il nuovo lavoro le piaceva molto, anzi lo amava, dal momento che prevedeva poca interazione con la gente e molta interazione con i libri ed i materiali che lei stessa doveva studiare e analizzare. Trascorreva quasi tutta la sua giornata rinchiusa in quel malmesso laboratorio sotterraneo, dalle smorte pareti giallo chiaro e dagli sterili banchi metallici su cui adagiava con minuzia i suoi quaderni e i campioni di prova. Per quanto angusto, lo considerò sin da subito il suo piccolo pezzo di mondo. Lì poteva finalmente isolarsi e prendere pace, giacché raramente veniva frequentato da altri studenti, poteva riflettere e con la massima concentrazione anche lavorare. Lì sotto persino il telefono quasi non aveva segnale, e così poteva anche schermarsi da qualunque fonte di distrazione esterna. Ormai aveva ricevuto già da qualche mese le chiavi dell’edificio universitario, affinché potesse eseguire in completa autonomia i suoi esperimenti, ma ancora ora, ogni volta che inserendo la chiave nella serratura di quel portone faceva per aprire, provava dentro di sé un senso di incredulità mista a grande orgoglio e gratificazione.

Gli incontri con il suo relatore si erano ormai trasformati in un rituale. Negli ultimi mesi avevano lavorato ogni giorno fianco a fianco. Lui ormai le lasciava fare quasi tutto da sola, giacché lei in breve tempo aveva dimostrato di sapersi destreggiare sin troppo bene in quell’ambiente e in quel ruolo che invece per molti sarebbe stato alienante. Allo stesso tempo però sentiva di non poter più rinunciare a lei e al loro incontro mattutino. Si incontravano ora davanti alla solitaria macchinetta del caffè, disposta nel corridoio adiacente al laboratorio. L’attendeva lì ogni giorno, alle 9 in punto, e quando sentiva il tonfo del pesante portone chiudersi alle sue spalle e i suoi passi veloci avvicinarsi, inseriva svelto la moneta nel distributore di vivande calde, quasi a voler replicare all’infinito la stessa finta e banale coincidenza. Avevano scoperto così di avere molti interessi in comune, non solo scientifici. Amavano entrambi la letteratura, l’arte e la musica classica, gli piaceva capire le cose del mondo e guardare le stelle. Lui nel tempo libero scriveva per il giornale più noto della città, recensiva per lo più eventi teatrali e concerti da camera. Proveniva da una famiglia italo-greca di artisti e ingegneri. Era un uomo affascinante, di bell’aspetto, sebbene già un po' avanti con gli anni. Lei lo guardava parlare e raccontarsi quasi ipnotizzata. Poteva trascorrere ore intere ad ascoltarlo esporre le proprie teorie su qualunque cosa. Su un romanzo che entrambi avevano già letto, su un vecchio film di fantascienza, sulla società mutevole in cui vivevano, sul passato, il presente e il futuro. C’era qualcosa nello sguardo irriverente della giovane, mentre replicava e spesso ribatteva con forza e passione alle sue opinioni, in quel loro modo di rincorrersi e sfidarsi nell’intricato labirinto mentale che insieme avevano costruito, che lo teneva inchiodato a lei, anima e corpo. Odiava ammetterlo, ma non riusciva a togliersela dalla mente. Nelle ore che precedevano il loro incontro, la sua mente si animava. Leggeva tutto ora con molta più passione, intenzione e attenzione e nel timore di dimenticare o perdersi in un passaggio più complesso, annotava ogni cosa sul suo taccuino. Spesso ci scriveva accanto anche il suo lungo nome, per intero. Per ricordarsi, o forse solo per verbalizzare, che certe cose, le sue più brillanti idee, solo a lei erano destinate e solo con lei voleva condividerle.

La giovane coppia nel frattempo aveva lasciato ancora una volta che la monotonia calasse come un pesante e polveroso sipario sulla loro vita. Dopo un breve momento di apparente riunificazione, si erano ancora una volta allontanati. Forse questa volta per sempre. Il giorno della seduta di laurea, la coronazione dei lunghi anni di studio e di sacrificio, era ormai molto vicino.

Quella sera lei aveva ricevuto un breve messaggio dal docente, in cui le chiedeva di presentarsi l’indomani, prima del laboratorio, nel suo ufficio. Anche quella notte, come qualche mese prima, avvertì dentro di sé una strana agitazione interiore. Nel cuore della notte si svegliò di colpo, aveva la pelle appena sudata, il cuore nel petto le batteva all’impazzata. Aveva certamente sognato qualcosa, ma già non se ne ricordava. Per quanto ci provasse ormai non poteva più prendere sonno e con estrema attenzione, per non svegliare il giovane dormiente al suo fianco o forse solo per non essere da lui trattenuta, scivolò via dal letto. Di fronte alla finestra del salotto ancora un po’ turbata, si tolse distratta gli indumenti da notte e la biancheria, ancora leggermente bagnati. Per un momento rimase così, immobile e nuda, ad ammirare lo sfondo buio e statico, trafitto dal freddo e sensuale irradiarsi dei raggi di Luna, che le si apriva davanti agli occhi. Poi fece alcuni passi indietro e subito fu risucchiata dalle tenebre della sua stanza. La differenza di temperatura tra il suo corpo e l’ambiente circostante, aveva contribuito a sollevare tutti i sottili peli che quasi invisibili ricoprivano il suo corpo e irrigidito le sue rosee areole. Si adagiò sul piccolo divano in finta pelle, lasciando volutamente una gamba inchiodata al pavimento. Una sensazione di calore si faceva spazio tra il basso ventre e il pube, mentre le sue piccole labbra, inizialmente strette, ora lentamente si inumidivano. Chiuse gli occhi e, soffocando con il braccio un intenso sussulto di piacere, finalmente prese pace.

Quel giorno arrivò nel suo ufficio un po' più presto del previsto. Non amava fare tardi, per questo quando aveva un appuntamento generalmente finiva per essere sempre in anticipo. In questo erano uguali. Infatti, lui era già lì ad attenderla. Quando entrò nello studio, non poté fare a meno di notare che la configurazione del mobilio, o almeno una parte di esso, era cambiata. Ora sotto la finestra, al posto del piccolo scaffale contenente antichi faldoni e documenti impolverati, c’era una piccola scrivania, completamente vuota e ben lucidata, ed una sedia. Lo guardò perplessa. Lui facendole segno con il braccio le disse che quello ora era diventato il suo angolo. Certo, se lei lo avesse voluto. Aveva ritenuto utile organizzarle uno spazio all’interno del suo ufficio, o forse del suo stesso cuore, dove avesse potuto sentirsi libera di essere se stessa e di lavorare lontana dalle distrazioni degli studenti che popolavano giorno e notte le sale studio della biblioteca. Lì avrebbe potuto terminare di scrivere in tutta serenità la sua tesi. Si sentì profondamente lusingata, forse commossa da quel gesto incredibilmente premuroso e del tutto inaspettato. Non sapendo bene come esprimere la propria gratitudine, si limitò a fare un cenno con il capo e a ringraziarlo. Da quel momento trascorsero insieme quasi ogni ora della giornata lavorativa, a parte quelle in cui il docente teneva le sue lezioni. Alla macchinetta del caffè, in laboratorio, nel suo ufficio. Ogni momento contava, ogni momento era importante.

Il giorno della laurea finalmente arrivò. Era primavera. I due ragazzi ora erano finalmente pronti a fare il grande passo che gli avrebbe immediatamente catapultati nel mondo degli adulti. Un mondo affascinante, di cui tuttavia ancora non conoscevano le regole, ma che avrebbero poi con il tempo imparato a conoscere.

Al termine della lunga e pomposa cerimonia, la loro relazione così come il rapporto di lavoro tra il relatore e la sua laureanda, ufficialmente e allo stesso tempo finirono. Per tutti loro una nuova vita, quella stessa notte, iniziò.


Lady Margot


Metamorfosi - un racconto breve pubblicato sul sito web Lady Margot Stories









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