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Di mare, di terra, di vita

La solitaria fermata del bus del piccolo paesino di provincia, pullulava a quell’ora di assonnati studenti ed umili lavoratori pendolari. Il logoro marciapiede su cui ora i ragazzini si accumulavano impazienti per accaparrarsi sul mezzo il posto a sedere, correva lungo tutta la strada principale, interrotto a tratti da fossi profondi e ciuffetti di erba selvatica. Case fatiscenti si affacciavano sulla strada trafficata e offrivano ai passanti una vista tutt’altro che accogliente. I balconi, esili e malmessi, sorreggevano a fatica fili arrugginiti di metallo, su cui sovente svolazzavano tovaglie umide e candido bucato, dalle intense note di lavanda e sapone di Marsiglia. Più avanti sulla strada, si intravedeva lo storico bar del paese, che ormai da molte generazioni riforniva ligio, di gelato e pasticcini, tutti gli abitanti. Era lì che gli uomini del paese si raccoglievano dopo il lavoro o nel fine settimana, a camminare su e giù per il corso e a ragionare sui più disparati argomenti che la prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, come una vecchia pettegola di paese, puntuale propinava. La strada maestra del centro si diramava poi in una fitta rete di minuscole stradine e vicoletti, ancora rimasti inviolati dal tocco inerme di cemento e asfalto. In questi affascinanti meandri del villaggio, l’aroma intenso di sugo casalingo, si intrecciava e scontrava con quello di candeggina e incenso. Qui convivevano per ironia gli ultimi anziani e i primi forestieri del paese. Tra un vecchio cactus e una odorosa pianta di basilico, si nascondevano innocenti i giovani innamorati. Così come da bambini avevano fatto insieme ogni estate sotto il rovente sole d’agosto, ora esploravano e amavano, in quel labirinto di strade strette e aggrovigliate, i loro svestiti e acerbi corpi. Più avanti, di nascosto in un altro dei tanti antri, si incontrava dopo il tramonto la comitiva dei ragazzi più grandi e popolari. Tutti in piedi a formare un cerchio, si passavano frettolosi una fumante sigaretta senza il filtro e qualche bottiglia tiepida di una mediocre birra a poco costo. Un giorno, sarebbero diventati loro e a buon diritto i padroni del centro cittadino.


Era una vita lenta, rilassata, scandita dal regolare susseguirsi di giorno e notte, luce e buio, caldo e meno caldo. La sveglia suonava ogni giorno alle sei, il marito si preparava frettolosamente per andare al lavoro, la moglie attendeva impaziente il gorgoglio della moka, le figlie ancora sepolte nel tepore del letto, attendevano il consueto irrompere della madre nella loro stanza, la quale con due fumanti tazzine di caffè, annunciava l’ufficiale inizio di un nuovo giorno. Scene di vita comune, di una semplice famiglia tra tante.

Il viaggio in bus verso la città, che ogni giorno conduceva i ragazzi a scuola, era sempre una grande avventura. Strade statali e di campagna si avvicendavano durante tutto il tragitto, piccole chiesette campestri apparivano immacolate tra le sconfinate vigne rigonfie di Negroamaro e Primitivo. Immense distese di papaveri e margherite selvatiche affioravano in modo casuale tra campi di terreno rosso e spighe di grano. I contadini chinati già da ore sui fertili appezzamenti, riponevano ogni giorno nella madre terra tutti i loro semi, sudori, lacrime e speranze.


In città la vita era diversa, più meccanica, veloce, disordinata. Le tinte variopinte del paesaggio rurale lasciavano bruscamente il posto a uno sfondo tetro, grigio, industriale. Il nauseabondo odore di gas, metallo e metano, provenienti dalla vecchia acciaieria, irrompeva in tutte le case e sovrastava l’odore marino, dalle acide note di zolfo e alga. Quando i venti di Tramontana e Maestrale si abbattevano sulla costa, le tossiche polveri metalliche si rovesciavano copiose su auto, balconi, tetti e strade, ricoprendo la metropoli con un asfissiante e spesso mantello rossastro. La vecchia febbrica, come un mostro feroce, riversava furiosa e instancabile le sue più perfide ire sulla ormai morta natura circostante e ad ogni suo fiato portava via con sé anche la povera gente. Adulti, anziani e bambini, morivano silenziosamente sotto la sua tossica ombra. Uno sterminio legalizzato, allo scopo di arricchire i già ricchi e schiavizzare i più. A scuola i giovani venivano segregati in caste e classificati, come squallida merce, per provenienza sociale. I ragazzi di paese, generalmente, non si amalgamavano a quelli di città. Era una legge non scritta, una fisiologica realtà, che si perpetrava identica anno dopo anno. Nessuno a quel punto ne conosceva il motivo, era solo un vecchio retaggio culturale che si portava avanti per tradizione, come un segreto di famiglia di cui nessuno ormai conosce la storia.


La ragazzina si accingeva come ogni giorno a percorrere quel lungo viale sul mare, che dalla ultima fermata del bus la conduceva in pochi minuti alla sua scuola. Si isolava volutamente dal piccolo gruppetto di ragazzi diretti allo stesso edifico. Attendeva paziente che si allontanassero, e poi in tutta calma ne seguiva la scia. Amava passeggiare in solitaria, mentre il suo sguardo si perdeva lontano tra le punte bianche delle onde che si infrangevano sulle navi mercantili e le piccole barchette dei pescatori. A volte, in quell’azzurro velo infinito poteva persino scorgere le pinne di alcuni delfini che si rincorrevano liberi nel mare, altre volte le linee sinuose delle montagne della regione lontana. Per lei era quella l’ora più bella, un rituale che praticava quotidianamente e che le regalava momenti di mistica calma e pace interiore. Era di una bellezza disarmante, la sua pelle leggermente dorata emanava spontaneamente un aroma dolciastro e inebriante, i suoi occhi avevano i colori delle foglie di ulivo esposte al sole, i capelli lunghi e castani, avvolgevano con grazia il suo corpicino minuto. Tuttavia, il suo splendore, che come un canto di sirena richiamava e affascinava gli uomini al suo sol passaggio e inteneriva il cuore di tutte le madri, non era il suo punto di forza.


Quel giorno una voce alle sue spalle interruppe la sua personale liturgia. Una giovane dall’insolito aspetto mascolino le apparì di colpo davanti. Le chiese senza troppi giri di parole di condividere per un tratto la comune strada. Non si erano mai incontrate prima, eppure frequentavano quel luogo da molto tempo. La sua pelle chiara contrastava con i neri capelli ricci e corti, che a loro volta ne incorniciavano a perfezione il viso. Il suo sguardo era intenso, forte, sicuro. Le sue labbra, color ciliegia, risaltavano sul candido volto latteo. Le due a vederle da fuori non pareva avessero molto in comune, se non la loro destinazione. Angelica e divina l’una, misteriosa e seducente l’altra, camminavano ora vicine, scambiandosi banali frasi di circostanza. Presero così a incontrarsi ogni mattino da quel giorno, e a condividere splendide il breve tratto di strada. Provarono da subito una forte vicinanza emotiva, un impulso travolgente che solo in quella prima ora del mattino con il loro incontro riuscivano a placare, un sentimento discordante, di tenerezza e frenesia. Si incontrarono lì ogni giorno per i successivi tre anni. I loro corpi lentamente maturarono e, come bellissimi fiori di cui con solerzia ci si prende cura, si protesero ancor più incantevoli al mondo e alla vita. Quell’ultima estate che le vide passeggiare insieme, come due bellissime dee, l’una nell’ombra dell’altra, fu straordinariamente calda. Poi la scuola, così come il loro rapporto, per sempre finì. Provarono una profonda e inconsolabile tristezza, un vuoto interiore abissale. Eppure l’amore che gli era stato raccontato, era altro. Eppure in quel piccolo borgo del Meridione, in un tempo non sospetto e comunque non assai lontano, due giovani donne inesperte, lungo una strada a strapiombo sul mare, ignare e inconsapevoli, follemente si amarono.


Lady Margot

Di mare, di terra, di vita

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